Ex Ilva, la protesta non si ferma: quarto giorno di sciopero, blocchi a Taranto e lavoratori in piazza a Bari

Presidi ancora attivi sulle statali 7 e 106, mentre cresce la pressione sul governo per ottenere garanzie su occupazione e futuro industriale. I sindacati chiedono un piano di decarbonizzazione e risposte strutturali. Il 20 ottobre attesa la Cassazione sul destino dell’area a caldo

di Redazione

(EN24) – La protesta dei lavoratori dell’ex Ilva entra nel quarto giorno consecutivo e si allarga da Taranto a Bari, mentre aumenta la pressione sul governo per ottenere risposte considerate ormai non più rinviabili sul futuro dello stabilimento, dell’occupazione e dell’intera filiera siderurgica. I presidi restano attivi lungo la statale 7 in direzione Massafra e sulla statale 106 Jonica verso Reggio Calabria, bloccate da lunedì, mentre circa un migliaio di lavoratori ha raggiunto il capoluogo pugliese per manifestare davanti alla sede della Regione.

La mobilitazione coinvolge lavoratori di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, Ilva in amministrazione straordinaria e aziende dell’indotto. Fim, Fiom, Uilm e Usb chiedono garanzie che vadano oltre il semplice ricorso agli ammortizzatori sociali. Il punto centrale, secondo le organizzazioni sindacali, resta la necessità di conoscere quale sia il progetto industriale destinato a sostituire l’attuale situazione di emergenza permanente: livelli produttivi, investimenti, tecnologie, decarbonizzazione, tempi della transizione e soprattutto numero degli occupati che potranno essere realmente tutelati.

Nelle ultime notti alcuni lavoratori sono rimasti lungo le strade anche dopo il tramonto, organizzandosi con tende e piccoli fuochi per resistere al freddo. Una protesta che assume un valore simbolico ma che rappresenta soprattutto il segnale di una crescente sfiducia nei confronti delle soluzioni finora prospettate. Il decreto approvato dal governo, che introduce nuove tutele per la cassa integrazione e strumenti per proteggere anche l’indotto, non è stato considerato sufficiente dai sindacati, che continuano a chiedere una nuova convocazione urgente a Palazzo Chigi.

La protesta si è spostata oggi anche a Bari. I lavoratori sono partiti alle prime ore del mattino da Taranto e hanno raggiunto la sede della Regione Puglia, dove è stato organizzato un presidio. Il presidente della Regione Antonio Decaro ha incontrato i rappresentanti di Fiom, Fim Cisl, Uilm, Usb e Ugl insieme, tra gli altri, all’assessore regionale allo Sviluppo economico Eugenio Di Sciascio, al presidente della Provincia di Taranto Gianfranco Palmisano e al sindaco di Taranto Pietro Bitetti. Al confronto hanno partecipato anche esponenti delle opposizioni regionali.

Decaro ha sottolineato la necessità di mantenere aperto il confronto con il governo e di costruire una posizione condivisa delle istituzioni territoriali. Il presidente della Regione ha ricordato che la vicenda ex Ilva non riguarda soltanto Taranto ma produce effetti sull’intera economia pugliese e, più in generale, sul sistema industriale nazionale ed europeo. L’obiettivo dichiarato è arrivare a un documento comune in grado di rafforzare le richieste rivolte all’esecutivo e riportare rapidamente la vertenza al tavolo di Palazzo Chigi.

Il nodo più urgente resta quello dell’occupazione. La cassa integrazione straordinaria in deroga prevista per le imprese dell’appalto consente di evitare nell’immediato una parte dei licenziamenti, ma per i sindacati non rappresenta una risposta sufficiente. Il timore è che gli ammortizzatori sociali diventino uno strumento per accompagnare una riduzione strutturale della presenza industriale senza che sia stato ancora definito un vero progetto di rilancio.

È proprio su questo punto che Fim, Fiom, Uilm e Usb insistono maggiormente: nessuna transizione può essere costruita limitandosi a gestire gli esuberi. Serve, secondo le organizzazioni dei lavoratori, un piano industriale fondato sulla decarbonizzazione, sulla trasformazione degli impianti e su investimenti in grado di mantenere una produzione siderurgica significativa a Taranto. Accanto al piano industriale viene chiesto un piano sociale capace di accompagnare i lavoratori nella trasformazione tecnologica, attraverso formazione, riqualificazione e garanzie occupazionali.

La protesta sta però producendo effetti che vanno ormai ben oltre i cancelli dello stabilimento. Il blocco degli accessi alla raffineria Eni di Taranto ha provocato difficoltà sempre più evidenti nella distribuzione dei carburanti. Numerosi distributori hanno esaurito o stanno esaurendo le scorte di benzina e gasolio, con ripercussioni su automobilisti, imprese, autotrasportatori, attività commerciali e servizi pubblici.

Le criticità hanno interessato anche gli aeroporti di Bari e Brindisi, dove sono state adottate misure precauzionali per garantire il carburante necessario ai voli prioritari ed evitare conseguenze più pesanti sul traffico aereo. La situazione resta monitorata e le attività aeroportuali continuano regolarmente, ma il blocco della raffineria ha mostrato quanto rapidamente la vertenza siderurgica possa produrre effetti su altri settori dell’economia regionale.

Confartigianato Taranto ha lanciato un appello affinché venga raggiunto un accordo che consenta il passaggio delle autocisterne senza mettere in discussione il diritto dei lavoratori alla protesta. L’associazione ha espresso solidarietà agli operai dell’ex Ilva e dell’indotto, ma ha allo stesso tempo sottolineato il rischio che la paralisi dei rifornimenti finisca per danneggiare altre imprese e altri posti di lavoro in una città già fortemente segnata dalla crisi industriale.

La richiesta è quella di coinvolgere Prefettura, sindacati, Eni e operatori della distribuzione per individuare corridoi che consentano un transito controllato e sicuro delle autobotti. Un precedente è già stato sperimentato per permettere il rifornimento dei mezzi di Kyma Mobilità, il servizio di trasporto pubblico locale. L’obiettivo sarebbe evitare che la protesta contro l’incertezza sul futuro dell’acciaieria produca una seconda crisi occupazionale in altri settori della città.

Dietro la mobilitazione di questi giorni resta però il problema principale: il futuro dell’area a caldo. La produzione siderurgica di Taranto è sostanzialmente in stallo e gli impianti vengono mantenuti in condizioni che dovrebbero consentirne, almeno tecnicamente, una possibile ripartenza. Il governo ha adottato misure proprio per preservare gli altoforni durante questa fase, evitando che una fermata prolungata possa trasformarsi in uno spegnimento irreversibile.

Tutto, però, resta legato alla decisione attesa per il 20 ottobre. La Corte di Cassazione dovrà esaminare i ricorsi presentati da Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria contro il provvedimento che impone la sospensione dell’area a caldo. Si tratta di una data decisiva perché dalla pronuncia potrebbe dipendere la possibilità stessa di mantenere in vita il ciclo produttivo tradizionale durante la fase di transizione.

Il contenzioso giudiziario si intreccia con la gara per la cessione degli impianti. Anche su questo fronte i tempi si sono allungati, nell’attesa di conoscere il quadro definitivo entro il quale un eventuale nuovo investitore dovrebbe operare. Acquisire uno stabilimento con l’area a caldo disponibile oppure definitivamente fermata significa infatti costruire due piani industriali profondamente diversi, sia sotto il profilo economico sia sotto quello tecnologico.

È questa sovrapposizione tra giustizia, industria e occupazione a rendere la vertenza particolarmente complessa. Il governo sostiene di voler garantire la continuità della produzione di acciaio in Italia, ma i sindacati chiedono di tradurre questo obiettivo in numeri, investimenti e tempi verificabili. Quale produzione dovrà essere raggiunta? Quanti lavoratori saranno necessari? Con quali tecnologie verrà realizzata la decarbonizzazione? Quale ruolo avrà lo Stato? Sono le domande alle quali, secondo le organizzazioni sindacali, non sono ancora arrivate risposte sufficientemente precise.

La trasformazione tecnologica dello stabilimento resta il passaggio inevitabile. L’ipotesi discussa da tempo prevede un progressivo passaggio dal ciclo integrale tradizionale a forni elettrici e tecnologie a minore impatto ambientale. Una riconversione di questo tipo richiede però investimenti miliardari e produce inevitabilmente effetti anche sull’organizzazione del lavoro. Una fabbrica tecnologicamente diversa può avere bisogno di meno addetti e di professionalità differenti: per questo il futuro dell’acciaieria non può essere separato dal problema del futuro dei lavoratori.

A Taranto, inoltre, nessun piano industriale può più prescindere dalla questione ambientale e sanitaria. La città porta sulle proprie spalle una storia lunga decenni di contrapposizione tra diritto al lavoro e diritto alla salute. Qualunque nuova fase dovrà quindi dimostrare concretamente che la produzione di acciaio può essere compatibile con standard ambientali molto più rigorosi rispetto al passato.

È anche per questo che la parola “decarbonizzazione” è diventata centrale nelle richieste sindacali. Non viene chiesto semplicemente di conservare la fabbrica esistente, ma di definire un percorso capace di garantire la produzione attraverso impianti nuovi, con minori emissioni e una prospettiva industriale di lungo periodo. Una transizione che, secondo i lavoratori, deve però avvenire senza scaricarne il costo sociale esclusivamente sull’occupazione.

Il quarto giorno consecutivo di sciopero racconta quindi qualcosa di più di una vertenza salariale o di una protesta contro la cassa integrazione. Dietro i blocchi stradali, i presidi notturni e la manifestazione davanti alla Regione c’è una domanda sul destino stesso della siderurgia italiana.

Il 20 ottobre arriverà una prima risposta dalla Cassazione, ma non sarà sufficiente a chiudere il dossier. Qualunque sia la decisione dei giudici, resterà infatti da stabilire quale modello industriale costruire a Taranto, chi dovrà finanziarlo, quale ruolo assumerà lo Stato e soprattutto quali garanzie potranno essere offerte ai lavoratori e alla città.

Per questo la protesta continua. Gli operai chiedono che la fase delle misure emergenziali lasci finalmente spazio a una scelta industriale chiara. Dopo anni di commissariamenti, decreti, cambi di gestione e piani mai completamente realizzati, la richiesta che arriva da Taranto è ormai essenziale: sapere se la più grande acciaieria italiana avrà ancora un futuro e, soprattutto, quale sarà quel futuro.

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