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L’Iran e l’attacco alla base americana: così Teheran vuole impantanare gli Usa in una guerra d’attrito

L’obiettivo del regime, ormai fare del fronte antioccidentale, è far ritirare le truppe di Washington dallo scacchiere siro-iracheno. La possibile influenza sulle presidenziali di novembre

di Guido Olimpio

Un attacco contro un simbolo. Un’operazione parte della campagna condotta dalle milizie alleate dell’Iran sulle installazioni americane in Medio Oriente. Una saldatura con quanto avviene in Mar Rosso.

La Resistenza islamica dell’Iraq, il cartello che raccoglie formazioni sciite, ha preso di mira un complesso composto dalla base di Al Tanf in Siria e dalla sezione sul versante giordano nota come Tower 22. Gli americani, insieme a inglesi e forse francesi, sono arrivati qui nel 2016 durante l’offensiva anti-Isis e infatti i primi scontri sono stati con i seguaci del Califfato. Una presenza con in mente un disegno strategico: presidiare l’arteria di collegamento da Bagdad alla capitale siriana. Una via che agli occhi di Washington è sfruttata da Teheran per assistere i movimenti amici, una linfa logistica proiettata verso il Mediterraneo. Per questo, una volta ridimensionato — non piegato — lo Stato Islamico, le unità statunitensi sono rimaste per contenere gli ayatollah nel duello di influenza e, allo stesso tempo, per dare la caccia ai terroristi, documentata in modo puntiglioso dal Comando Centrale.

All’inizio c’erano poche decine di membri delle Special Forces, «un avamposto su Marte», era la definizione di quanti avevano frequentato la zona. Successivamente il Pentagono ha allargato la postazione sui due lati della frontiera, sono migliorate le difese ed è cresciuto il peso di alcune centinaia di militari. Un incremento determinato dal proliferare delle insidie. Prima gli jihadisti, poi le truppe di Assad, infine i militanti sciiti hanno elevato i siti a target primari di droni-kamikaze, razzi, incursioni. C’è stata un’alternanza di gesti limitati e manovre articolate, con il ricorso ad ogni arma del loro arsenale. Iniziative seguite dalla risposta statunitense su postazioni dei combattenti, specie nel settore settentrionale di Abu Kamal.

Dopo l’inizio del conflitto Israele-Hamas, Al Tanf, così come le altre posizioni occupate dagli Usa tra Iraq e Siria, sono diventate punti di frizione. Hangar e «campi» facili da bersagliare per i militanti con i sistemi a medio e lungo raggio: non devono rischiare uomini, possono regolare il fuoco dosando i mezzi impiegati, partecipano alla mobilitazione contro lo Stato ebraico e gli Stati Uniti. I numeri degli strike variano a seconda delle fonti, tra i 150 e i 180 episodi, quasi sempre conclusisi con conseguenze non troppe serie per il personale americano. Quadro ora mutato in modo drammatico con l’annuncio dei tre morti e la probabile rappresaglia, al momento opportuno, della Casa Bianca.

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Una foto satellitare della base americana colpita da un drone

Joe Biden, come per la sfida degli Houthi, «deve» reagire ma è consapevole che le ritorsioni hanno effetti scarsi. L’unico risultato è quello di una guerra d’attrito, sviluppata «per pezzi», lungo un arco geografico esteso. Che assorbe energie, distoglie da altre grane, moltiplica i teatri mentre l’Occidente deve pensare anche all’Ucraina. Gli avversari locali di Washington, invece, sono più agili. Si presentano come resistenti, raccolgono consensi, usano la questione palestinese come schermo, agiscono per conto proprio e «lavorano» al fianco di Teheran, acquisiscono capacità belliche. La sorpresa di Hamas del 7 ottobre e le scorrerie marittime degli yemeniti rappresentano delle lezioni severe, anche perché i due movimenti hanno portato il colpo dopo anni di preparazione.

L’Iran e i suoi «fedeli» manovrano per spingere gli Usa a ritirarsi dallo scacchiere siro-iracheno, scenari al centro di contatti riservati. Nei giorni scorsi da Bagdad sono rimbalzate notizie su discussioni in vista di un possibile calendario per la partenza. Siamo su un campo minato, instabile. La fretta con cui Amman ha negato che lo strike sia avvenuto nel suo territorio evidenzia le paure del regno, sempre esposto a possibili ripercussioni interne anche se di recente i suoi caccia hanno bombardato trafficanti di droga siriani sospettati di godere di protezioni ufficiali a Damasco.

Sono molte le incognite. Le provocazioni — azzarda qualche esperto — potrebbero danneggiare i piani dell’Iran, anche se ha conquistato una doppia investitura: faro dell’Asse antiamericano e protagonista in grado di incidere sull’intera regione. In prospettiva n on va dimenticato l’avvicinarsi della corsa presidenziale negli Stati Uniti, periodo suscettibile di essere influenzato da fattori esterni. Una presa d’ostaggi, un attentato grave ad un’ambasciata, qualsiasi cosa possa turbare l’elettore. E senza dimenticare che ogni conflitto non è mai bianco o nero.

 

fonte: Corriere.it

 

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