Il premier israeliano sarebbe deciso a proseguire i raid in Libano contro Hezbollah. Per Teheran la fine delle ostilità resta una condizione centrale del memorandum con Washington
di Redazione
(EN24) – L’accordo tra Stati Uniti e Iran rischia di inciampare sul fronte più fragile del Medio Oriente: il Libano. A lanciare l’allarme è l’intelligence americana, che avrebbe avvertito il presidente Donald Trump sul rischio che Benjamin Netanyahu possa minare la tenuta dell’intesa con Teheran proseguendo le operazioni militari israeliane contro Hezbollah.
Il punto è politico, militare e diplomatico insieme. Washington sta cercando di trasformare il memorandum con l’Iran in un percorso stabile, capace di fermare l’escalation regionale, riaprire il dossier nucleare e contenere le tensioni nel Golfo e nel Levante. Ma per Teheran la fine della guerra in Libano è una delle condizioni decisive dell’intero processo. Se Israele continuerà a colpire nel sud del Paese, l’accordo rischia di perdere credibilità prima ancora di entrare nella sua fase più delicata.
Secondo quanto riportato da Adnkronos, il quadro delineato dall’intelligence americana è netto: Netanyahu appare intenzionato a continuare i raid contro obiettivi riconducibili a Hezbollah, anche dopo la conferma del cessate il fuoco. Una scelta che potrebbe aprire una frattura non solo con l’Iran, ma anche con la Casa Bianca.
Trump, nei giorni scorsi, non ha nascosto il fastidio verso la linea israeliana in Libano. A Versailles, al termine del G7, il presidente americano ha parlato di una “piccola disputa” con Netanyahu e ha criticato il ricorso sistematico alla forza, affermando che il premier israeliano “non ha bisogno di abbattere un edificio ogni volta che ci entra qualcuno di Hezbollah”.
È una frase che fotografa il cambio di clima tra Washington e Gerusalemme. Per anni Netanyahu ha potuto contare su un rapporto privilegiato con Trump. Ora, però, l’agenda americana sembra muoversi in una direzione diversa: chiudere il fronte iraniano, evitare una guerra regionale permanente e recuperare margini diplomatici. Israele, invece, continua a leggere Hezbollah come una minaccia immediata per le comunità del nord e come una proiezione diretta della potenza iraniana.
La pressione interna su Netanyahu è uno degli elementi centrali della crisi. In vista delle elezioni in Israele, il premier non può permettersi di apparire debole davanti a Hezbollah. La sicurezza del nord del Paese, la presenza militare in Libano e la capacità di colpire le milizie filo-iraniane restano temi decisivi per la sua sopravvivenza politica.
Ma proprio questa esigenza interna rischia di scontrarsi con la strategia americana. Se Netanyahu continuerà a martellare il sud del Libano, l’Iran potrà sostenere che Washington non è in grado di garantire il rispetto dell’intesa. Il memorandum Usa-Iran diventerebbe così un accordo fragile, privo della capacità di incidere davvero sui comportamenti degli alleati e dei proxy regionali.
Nelle ultime ore, la tensione sul terreno è tornata altissima. Raid israeliani nel distretto di Nabatieh, nel sud del Libano, hanno provocato morti e feriti secondo le autorità libanesi. L’esercito di Beirut ha accusato Israele di voler ostacolare ogni soluzione capace di riportare stabilità nel Paese, mentre l’Idf sostiene di colpire Hezbollah in risposta ad attività ostili e violazioni degli accordi.
La narrazione delle parti resta inconciliabile. Per Israele, il problema non è il Libano ma Hezbollah, accusato di trascinare il Paese in una spirale di distruzione. Per Beirut e Teheran, invece, la prosecuzione dei raid israeliani rappresenta una violazione della sovranità libanese e un ostacolo diretto alla normalizzazione regionale.
Il risultato è un equilibrio sospeso. Il cessate il fuoco con Hezbollah dovrebbe essere il primo tassello di una nuova fase, ma sul terreno continuano bombardamenti, accuse reciproche e movimenti militari. In questo contesto, ogni raid può diventare un incidente diplomatico e ogni incidente può trasformarsi in una crisi più ampia.
Per Trump la posta in gioco è altissima. Il presidente americano ha presentato l’intesa con l’Iran come un passaggio decisivo della sua diplomazia mediorientale. Ma se non riuscirà a contenere Netanyahu, il rischio è che Teheran consideri l’accordo una promessa vuota. La domanda, a questo punto, non è soltanto se l’Iran rispetterà gli impegni assunti, ma se gli Stati Uniti riusciranno a garantire che anche i loro alleati non facciano deragliare il processo.
Il nodo libanese diventa così il vero banco di prova dell’intesa. Non basta fermare i missili iraniani o discutere di nucleare. Serve spegnere i fronti laterali, ridurre il ruolo delle milizie, impedire che Hezbollah e Israele continuino a trascinare il confine nord in una guerra a bassa intensità ma ad altissimo rischio politico.
Anche per l’Europa la situazione è delicata. Un fallimento dell’accordo Usa-Iran avrebbe effetti diretti sulla sicurezza del Mediterraneo, sulle rotte energetiche, sulla stabilità del Libano e sulla pressione migratoria. Per questo il dossier non riguarda solo Washington, Teheran e Gerusalemme, ma l’intero equilibrio regionale.
La crisi dimostra ancora una volta che in Medio Oriente nessun accordo vive in isolamento. Il nucleare iraniano, Hezbollah, il Libano, Israele, il Golfo, le rotte marittime e la sicurezza energetica sono pezzi dello stesso mosaico. Basta che uno si muova fuori controllo perché l’intero quadro torni a tremare.
Il rischio, ora, è che l’accordo tra Stati Uniti e Iran venga logorato non da un attacco diretto tra Washington e Teheran, ma da una guerra parallela. Netanyahu non intende arretrare davanti a Hezbollah; l’Iran non può accettare che il Libano resti sotto pressione militare israeliana; Trump deve dimostrare che la sua diplomazia ha forza reale e non solo valore simbolico.
La pace, in questa fase, non dipende soltanto dalle firme. Dipende dalla capacità di fermare i raid, controllare gli alleati, contenere le milizie e trasformare una tregua fragile in una cornice politica. Il Libano, ancora una volta, rischia di diventare il luogo in cui si misura la tenuta dell’intero Medio Oriente.

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