Dal Premio Caravaggio alla critica nell’era dell’AI: intervista a Chiara Orizio

Critica d’arte e studiosa di tecnologie avanzate, alla VI edizione del Premio Caravaggio di Napoli ha avuto un ruolo centrale nel coordinamento e nella conduzione della manifestazione. In questa intervista racconta il suo rapporto con l’arte, il digitale, l’intelligenza artificiale e il significato di un premio che vuole portare alla luce talento, impegno e servizio alla collettività

di Redazione

(EN24) – Arte, tecnologia, critica, comunicazione e impegno sociale. Il percorso di Chiara Orizio attraversa ambiti che solo in apparenza possono sembrare distanti. Critica di storia dell’arte e studiosa di tecnologie avanzate, Orizio ha avuto un ruolo centrale anche nella VI edizione del Premio Caravaggio, organizzato dall’Associazione Social Future Project Italia e svoltosi a Napoli. In assenza del presidente Pasqualino Buonfiglio, impegnato a Venezia a bordo dell’Amerigo Vespucci per il Columbus International Award, Orizio ha assunto un ruolo di primo piano nell’organizzazione della giornata ed è stata moderatrice della cerimonia. L’edizione 2026, patrocinata dalla Commissione europea, dalla Regione Campania, dalla Città Metropolitana e dal Comune di Napoli, ha premiato personalità distintesi nel giornalismo, nell’arte, nell’ambiente, nei diritti umani e nella ricerca.

Il Premio Caravaggio nasce con l’intento di riconoscere non soltanto il talento, ma anche il valore del lavoro quotidiano, dell’impegno civile e del servizio alla collettività. Un’impostazione che Orizio lega direttamente alla figura di Caravaggio e alla sua capacità di portare alla luce volti, storie ed esistenze che altrimenti sarebbero rimaste ai margini. È proprio da questo intreccio tra arte e società che prende avvio una conversazione più ampia sul ruolo contemporaneo della critica, sui rischi dell’omologazione prodotta dai social e sulle opportunità offerte dalle nuove tecnologie.

La Dott.ssa Chiara Orizio

Dalla sua biografia emerge un profilo duplice: critica di storia dell’arte e studiosa di tecnologie avanzate. Come si conciliano questi due mondi apparentemente distanti? In che modo il digitale e l’innovazione tecnologica stanno cambiando il modo di fare critica d’arte oggi?

«Credo che i due mondi siano meno distanti di quanto possa sembrare: entrambi richiedono curiosità, capacità di osservazione e voglia di comprendere il presente. La tecnologia offre oggi strumenti e possibilità importanti per raccontare e avvicinare l’arte a un pubblico sempre più ampio, ma penso che il valore del contenuto e la sensibilità di chi lo propone restino fondamentali.

Osservando i social, però, ho l’impressione che i contenuti dedicati all’arte tendano sempre più ad assomigliarsi, sia nel linguaggio sia nella presentazione. Scorrere diventa quasi noioso e distinguersi è sempre più difficile, anche perché gli algoritmi sembrano favorire formule già sperimentate, penalizzando talvolta approcci più personali.

Mi capita di ripensare ai primi tempi di Instagram, quando c’era forse maggiore libertà di condividere contenuti autentici, senza la necessità di renderli necessariamente spettacolari o sensazionalistici. Credo che oggi la vera sfida sia proprio questa: utilizzare l’innovazione senza perdere l’autenticità, recuperando il piacere di raccontare l’arte con semplicità, competenza e uno sguardo personale». 

C’è un momento preciso, un’opera o un autore del passato che l’ha spinta a intraprendere questo percorso di studi e a diventare critica d’arte?

«Sì. Intorno ai cinque anni trovai nella libreria di mio zio un catalogo dedicato a una mostra di Pablo Picasso e possiamo dire che fu un colpo di fulmine. Le immagini dei quadri, soprattutto le opere del Periodo Blu, mi colpirono moltissimo e da quel momento iniziai a cercare altri libri d’arte da sfogliare.

Naturalmente, a quell’età non capivo davvero cosa rappresentassero quelle opere, ma ricordo bene una sensazione: quando guardavo i quadri dei grandi artisti mi sentivo felice. A scuola, l’ora di arte era quella che aspettavo con maggiore impazienza. Così decisi di frequentare il liceo artistico e lì la mia passione per l’arte crebbe e si trasformò. In quegli anni andavo a vedere tutte le mostre che riuscivo a trovare a Brescia, la città in cui studiavo, e a Milano». 

Nell’era dei social media, della fruizione veloce delle immagini e dell’intelligenza artificiale, quale ritiene sia il ruolo e la responsabilità sociale di un critico d’arte?

«Credo che oggi il ruolo del critico d’arte sia ancora più importante, proprio perché viviamo in un’epoca in cui le immagini circolano velocemente e tutto rischia di essere consumato in pochi secondi. Non basta guardare un’opera o leggerne una descrizione: è fondamentale conoscerne il contesto storico e sociale, la storia dell’artista e le motivazioni che hanno portato alla sua realizzazione. Solo così è possibile comprenderla davvero e restituirne il significato.

Con la diffusione dell’intelligenza artificiale e delle falsificazioni digitali, il critico assume anche il ruolo di una sorta di detective: deve saper osservare, verificare, confrontare e approfondire, senza fermarsi alle apparenze. La tecnologia può offrire strumenti interessanti, ma non sostituisce la conoscenza, la sensibilità e il senso critico.

Oggi, inoltre, mi sembra che si parli troppo spesso dell’arte in termini economici, di quotazioni e investimenti, trascurando il suo reale valore artistico e creativo. Credo sia importante recuperare questa prospettiva, ricordando che il valore di un’opera non si misura soltanto dal suo prezzo, ma anche dalla sua capacità di esprimere idee, raccontare il proprio tempo e lasciare qualcosa a chi la osserva». 

Spesso il pubblico avverte una distanza tra l’arte contemporanea e la comprensione comune. Come si può colmare questo divario e rendere l’arte più accessibile senza banalizzarla?

«Credo che su questo tema si potrebbe aprire un dibattito infinito, perché rendere l’arte contemporanea accessibile è una questione complessa. Penso, però, che il punto di partenza sia spiegare senza dare nulla per scontato, accompagnando anche chi si avvicina all’arte per la prima volta.

È importante utilizzare un linguaggio semplice e fare esempi concreti, legati alla vita quotidiana, per aiutare le persone a comprendere meglio il contesto, le idee e le intenzioni dell’artista.

Nel mio piccolo, quando visito mostre d’arte contemporanea con amici o parenti, cerco proprio di fare questo: trovare esempi semplici e vicini alla nostra esperienza. Credo che rendere l’arte accessibile non significhi banalizzarla, ma offrire a tutti gli strumenti per comprenderla e sentirsi coinvolti». 

Quest’anno, alla VI edizione del Premio Caravaggio a Napoli, lei ha avuto un ruolo centrale di coordinamento e presentazione. Qual è lo spirito profondo di questo premio e cosa significa per lei premiare non solo artisti, ma anche figure che si distinguono nel sociale, nella cultura e nella ricerca?

«Credo che lo spirito profondo del Premio Caravaggio sia proprio quello di dare valore e visibilità a persone che, attraverso il proprio lavoro, il talento o l’impegno quotidiano, contribuiscono ad arricchire la società in ambiti diversi: dall’arte alla cultura, dal sociale alla ricerca.

Ci sono tante persone che si dedicano agli altri, spesso lontano dai riflettori e talvolta in maniera del tutto inaspettata. Per questo individuare ogni anno alcune figure che si sono particolarmente distinte non è semplice: dietro ogni storia ci sono percorsi, sacrifici e valori che meritano attenzione.

Il premio rappresenta quindi un’occasione per riconoscere questi meriti, raccontare esperienze significative e, soprattutto, dare un esempio positivo, ricordando quanto sia importante valorizzare chi, con il proprio contributo, riesce a fare la differenza». 

La filosofia descritta da Orizio trova riscontro nella struttura stessa del Premio. L’edizione 2026 ha assegnato cinque riconoscimenti principali nelle sezioni dedicate a Diritti Umani, Giornalismo, Arte, Ambiente e Istruzione-Ricerca, affiancandoli a premi alla carriera e attestazioni speciali. Tra i riconoscimenti di quest’anno, il Premio Caravaggio per la sezione Giornalismo – Fotografia – Comunicazione è stato attribuito a Salvatore Stano di Easy News 24, mentre un ruolo d’onore è stato riservato alla Fondazione Nadia Toffa.

Caravaggio è stato un maestro assoluto nell’uso della luce e dell’ombra per far emergere la verità dei volti e delle storie. In che modo i premiati di questa edizione riflettono, a loro modo, questa capacità di “portare alla luce” il talento e l’impegno civile?

«Credo che il legame con Caravaggio sia proprio nella capacità di portare alla luce realtà, volti e storie che spesso rimangono in secondo piano. Caravaggio ha saputo rappresentare con grande intensità anche la vita delle persone più umili, dando dignità a esistenze che difficilmente trovavano spazio nell’arte del suo tempo.

In qualche modo, il Premio si ispira anche a questo spirito, riconoscendo il valore di chi si impegna concretamente per gli altri, soprattutto per le persone meno fortunate. Sono tante le realtà e le persone che, spesso lontano dai riflettori, dedicano tempo ed energie al prossimo, contribuendo a rendere la società migliore. L’obiettivo è proprio quello di far emergere queste storie, valorizzarne l’impegno e ricordare che, al di là della notorietà, sono i gesti e i valori umani a fare davvero la differenza». 

Quali sono i progetti futuri a cui sta lavorando e, da esperta, quale tendenza o artista contemporaneo italiano consiglia di tenere d’occhio nei prossimi anni?

«Con la Social Future Project, l’associazione che ha creato e organizza il Premio Caravaggio, stiamo già lavorando all’edizione del 2027. Per il prossimo anno speriamo di poter realizzare un percorso di eventi in diverse città, che culmini poi nell’assegnazione dei premi. Personalmente, sto tornando ad “usare le mani”, dedicandomi al disegno e alla pittura. Un artista che mi ha colpito molto negli ultimi anni è Edoardo Tresoldi, che realizza grandi sculture e architetture in rete metallica. Da fine settembre è possibile vedere la sua scultura-installazione “Selva” in Piazza Mignanelli, a Roma. Con le sue grandi sculture trasparenti cerca di cogliere la relazione tra la figura e lo spazio circostante». 

Dalle sue parole emerge una concezione della critica d’arte lontana sia dall’accademismo chiuso sia dalla semplificazione imposta dalla velocità digitale. La tecnologia, nella sua visione, può ampliare il pubblico e gli strumenti a disposizione, ma non può sostituire l’osservazione, la conoscenza e la capacità di costruire un rapporto autentico con l’opera.

È anche questa la linea che attraversa il Premio Caravaggio: usare la visibilità non come fine, ma come strumento per restituire attenzione a percorsi, persone e storie che meritano di essere conosciuti. Una luce, per restare nella metafora caravaggesca, che non serve a creare un effetto spettacolare, ma a rendere visibile ciò che troppo spesso rimane nell’ombra.

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