Pakistan e Qatar parlano di “progressi incoraggianti”. Nucleare, sanzioni, Libano e Stretto di Hormuz restano i nodi decisivi di una trattativa ancora fragile
di Redazione
(EN24) – Tra Stati Uniti e Iran si apre il primo vero spiraglio diplomatico dopo settimane di tensioni, minacce e rischio di escalation regionale. Il primo round dei colloqui in Svizzera si è chiuso con “progressi incoraggianti”, secondo la valutazione dei mediatori di Pakistan e Qatar, che hanno parlato di un’atmosfera positiva e costruttiva tra le delegazioni di Washington e Teheran.
Il risultato politico più importante è la definizione di una tabella di marcia di 60 giorni per arrivare a un accordo finale. Non è ancora la pace, non è ancora un’intesa definitiva sul nucleare iraniano, ma è il tentativo di trasformare il memorandum iniziale in un percorso strutturato, con organismi di controllo, tavoli tecnici e meccanismi di de-escalation.
Stati Uniti e Iran hanno concordato la nascita di un Comitato d’alto livello incaricato di garantire la supervisione politica del processo di mediazione. I negoziatori dovranno riferire regolarmente a questo organismo, mentre gruppi di lavoro specifici si occuperanno dei dossier più sensibili: programma nucleare, sanzioni, attuazione del memorandum e risoluzione delle controversie.
È un passaggio non secondario. Per la prima volta, dopo una fase segnata da diffidenza reciproca e linguaggio bellico, Washington e Teheran provano a costruire una cornice negoziale più stabile. La scelta di affidare il processo a un comitato politico e a tavoli tecnici indica la volontà di evitare che ogni incidente sul terreno faccia saltare l’intera trattativa.
Il nodo centrale resta il nucleare. Gli Stati Uniti chiedono garanzie verificabili sul fatto che l’Iran non si doti dell’arma atomica e accetti controlli stringenti. Teheran, dal canto suo, chiede il riconoscimento dei propri diritti, la riduzione delle pressioni economiche e un allentamento concreto delle sanzioni. Sono due linee ancora distanti, ma il fatto che entrambe vengano ora discusse dentro un percorso di 60 giorni rappresenta un cambio di fase.
Accanto al nucleare c’è il capitolo delle sanzioni. Per l’Iran, la possibilità di ottenere benefici economici tangibili è condizione essenziale per sostenere politicamente il negoziato. Per Washington, invece, ogni alleggerimento deve essere legato a impegni controllabili e reversibili. È su questo equilibrio tra incentivi e garanzie che si misurerà la vera tenuta dell’accordo.
Ma il dossier che rischia di incendiare la trattativa è il Libano. Stati Uniti e Iran hanno concordato la creazione di una cellula di de-escalation che coinvolga anche Beirut, con la partecipazione di Qatar e Pakistan, per contribuire alla fine delle operazioni militari nel Paese. È una scelta che riconosce un dato politico evidente: senza una stabilizzazione del fronte libanese, ogni accordo tra Washington e Teheran resta esposto al rischio di crollo.
Il Libano è infatti il punto in cui si incrociano Hezbollah, Israele, Iran e Stati Uniti. Ogni raid, ogni risposta delle milizie, ogni violazione del cessate il fuoco può diventare il detonatore di una nuova crisi regionale. Per questo la trattativa svizzera non poteva limitarsi al nucleare: doveva affrontare anche i fronti militari collegati all’influenza iraniana in Medio Oriente.
L’altro snodo decisivo è lo Stretto di Hormuz. Washington e Teheran hanno concordato un canale di comunicazione diretto per evitare incidenti e incomprensioni in una delle rotte marittime più importanti del mondo. L’obiettivo è garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali durante i 60 giorni previsti dal memorandum iniziale.
La posta economica è enorme. Hormuz è un passaggio cruciale per il traffico energetico globale. Ogni minaccia di chiusura o blocco produce effetti immediati sui mercati, sul prezzo del petrolio e sulla sicurezza delle forniture. L’impegno iraniano a fare il massimo per garantire il passaggio sicuro e gratuito delle navi commerciali è dunque uno dei punti più concreti usciti dai colloqui.
Resta però una trattativa fragile. Le minacce di Donald Trump, nei giorni precedenti e durante l’avvio del negoziato, avevano rischiato di irrigidire Teheran e di far deragliare il confronto. Il presidente americano continua a usare una doppia strategia: apertura diplomatica da un lato, pressione militare e verbale dall’altro. Una linea che può rafforzare la posizione negoziale degli Stati Uniti, ma anche spingere l’Iran a irrigidirsi davanti alla propria opinione pubblica.
Il vicepresidente JD Vance ha invece provato a dare al negoziato un tono più costruttivo, parlando della possibilità di voltare pagina nei rapporti tra Washington e Teheran. È una differenza di registro significativa: mentre Trump mantiene la leva della minaccia, Vance e i negoziatori cercano di trasformare il memorandum in un percorso politico praticabile.
Per l’Iran, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha riconosciuto l’esistenza di progressi, soprattutto sul fronte libanese. Teheran sa che il negoziato può offrire una via d’uscita alla pressione economica e militare, ma non può permettersi di apparire debole. La leadership iraniana dovrà spiegare internamente ogni concessione, soprattutto sul nucleare e sul controllo dei propri alleati regionali.
Pakistan e Qatar escono rafforzati dal primo round. I due Paesi hanno svolto un ruolo centrale nel tenere aperti i canali tra le parti, anche nei momenti più difficili. La loro mediazione diventa ora parte integrante del processo, non solo come garanzia diplomatica, ma come strumento operativo per contenere le crisi in Libano e nello Stretto di Hormuz.
Il percorso, però, è appena iniziato. I colloqui tecnici continueranno in Svizzera per il resto della settimana e dovranno trasformare le formule politiche in impegni concreti. Serviranno definizioni precise, calendari, verifiche, meccanismi di controllo e procedure per gestire eventuali violazioni. Senza questi elementi, i “progressi incoraggianti” rischiano di restare una formula diplomatica.
L’Europa osserva con attenzione. Una stabilizzazione tra Stati Uniti e Iran avrebbe effetti diretti sulla sicurezza mediterranea, sul prezzo dell’energia, sulla navigazione commerciale e sulla crisi libanese. Al contrario, un fallimento del negoziato potrebbe riportare la regione sull’orlo di una nuova escalation, con conseguenze difficili da contenere.
La trattativa svizzera mostra una verità ormai evidente: il Medio Oriente non può essere stabilizzato affrontando un dossier alla volta. Il nucleare iraniano, Hezbollah, il Libano, Hormuz, le sanzioni e la sicurezza energetica sono parti dello stesso equilibrio. Toccarne una significa muovere tutte le altre.
Il primo round si chiude dunque con un risultato politico reale, ma non definitivo. C’è una tabella di marcia, ci sono comitati, ci sono canali di comunicazione e c’è l’impegno a proseguire. Ma restano anche diffidenza, minacce, interessi contrapposti e fronti armati aperti.
Nei prossimi 60 giorni si capirà se Stati Uniti e Iran vogliono davvero costruire un accordo o se stanno solo guadagnando tempo. La diplomazia ha riaperto una porta. Ora dovrà impedire che siano i missili, le sanzioni o un incidente nello Stretto di Hormuz a richiuderla.

Be the first to comment on "Usa-Iran, in Svizzera il primo spiraglio: 60 giorni per trasformare la tregua in accordo"