Il premier laburista sotto pressione potrebbe annunciare il calendario delle dimissioni. Dopo la vittoria a Makerfield, il “Re del Nord” si prepara alla sfida decisiva per la leadership
di Redazione
(EN24) – Il Regno Unito è di nuovo davanti a una crisi di leadership. Keir Starmer, travolto dalla perdita di consenso nel Partito laburista e da settimane di pressione interna, potrebbe annunciare il calendario della sua uscita da Downing Street, aprendo la strada all’ascesa di Andy Burnham, il sindaco della Greater Manchester appena rientrato a Westminster dopo la vittoria nella suppletiva di Makerfield.
Il passaggio non è ancora formalmente chiuso, ma a Londra il clima politico è quello delle grandi svolte. Ministri, deputati e osservatori laburisti considerano ormai sempre più difficile per Starmer restare al governo senza una base parlamentare solida. La domanda non è più soltanto se il premier resisterà, ma per quanto tempo potrà farlo.
Secondo le ricostruzioni dei media britannici, Starmer avrebbe preso atto del progressivo sgretolamento del sostegno interno. L’ipotesi più accreditata è quella di un’uscita ordinata, con un calendario definito per evitare una crisi caotica e consentire al Labour di gestire il passaggio di consegne senza precipitare il Paese in una nuova fase di instabilità.
Il nome che domina la scena è quello di Andy Burnham. La sua vittoria nella suppletiva di Makerfield ha cambiato gli equilibri interni al partito. Burnham, già sindaco della Greater Manchester, ha conquistato il seggio parlamentare con un risultato netto, presentandosi come l’uomo capace di parlare al Nord, recuperare il voto popolare e fermare l’avanzata delle forze populiste.
Per i laburisti, il problema è politico prima ancora che personale. Starmer è arrivato al governo promettendo stabilità, competenza e pragmatismo dopo gli anni turbolenti dei conservatori. Ma la sua leadership è stata progressivamente logorata da difficoltà economiche, contestazioni sull’immigrazione, tensioni sull’energia e dalla percezione di un governo incapace di offrire una direzione riconoscibile al Paese.
Burnham, al contrario, si presenta come un leader più diretto, più territoriale, più capace di intercettare il malessere sociale. La sua immagine di “Re del Nord” nasce proprio dalla capacità di trasformare Manchester e l’area metropolitana in un laboratorio politico, amministrativo e comunicativo. Per molti parlamentari laburisti rappresenta oggi l’unica figura in grado di rimettere il partito in carreggiata prima che sia troppo tardi.
Il suo profilo, però, non è privo di incognite. Burnham ha attraversato diverse stagioni del Labour, dal blairismo all’interventismo statale, fino alla vicinanza con alcune sensibilità della sinistra più sociale. Per i suoi sostenitori è un segno di adattabilità; per i critici, la prova di una linea politica ancora sfuggente. Se dovesse arrivare a Downing Street, dovrà chiarire rapidamente la propria agenda su economia, spesa pubblica, rapporti con l’Europa, immigrazione e transizione energetica.
A preoccupare i mercati è proprio l’incertezza sulla politica fiscale. La sterlina ha mostrato segnali di debolezza mentre cresceva la speculazione sulle dimissioni di Starmer e sull’eventuale arrivo di Burnham. Gli investitori guardano con attenzione ai titoli di Stato britannici, già sotto pressione per l’alto costo del debito e per le difficoltà strutturali dell’economia.
Il nodo è semplice: se il cambio di leadership avvenisse attraverso una “incoronazione” rapida e controllata, l’impatto potrebbe essere contenuto. Se invece si aprisse una vera battaglia interna, con più candidati e promesse di spesa in competizione, la tensione sui mercati potrebbe aumentare. Il Regno Unito ha già vissuto troppe crisi politiche negli ultimi anni perché gli investitori ignorino il rischio di instabilità.
Il ritorno di Burnham a Westminster ha dunque un valore simbolico enorme. Non è soltanto il rientro in Parlamento di un ex ministro e amministratore locale di successo. È la trasformazione di un’alternativa potenziale in una minaccia concreta per il premier. Da sindaco, Burnham poteva criticare il governo dall’esterno; da deputato, può contendere apertamente la leadership.
La partita si gioca anche dentro il gabinetto. Se Starmer non dovesse indicare tempi chiari per la propria uscita, potrebbero scattare dimissioni a catena tra ministri e sottosegretari, rendendo politicamente impossibile la permanenza a Downing Street. È lo scenario che il Labour vorrebbe evitare, perché consegnerebbe al Paese l’immagine di un partito di governo dilaniato proprio mentre dovrebbe rassicurare cittadini e mercati.
Sul piano costituzionale, un cambio di premier senza elezioni anticipate è perfettamente possibile. Il nuovo leader laburista, se sostenuto dalla maggioranza parlamentare, potrebbe essere incaricato di guidare il governo. Ma politicamente il passaggio avrebbe un peso enorme: Burnham diventerebbe il nuovo volto del Labour e il settimo primo ministro britannico nell’arco di dieci anni dalla Brexit.
La parabola di Starmer appare così segnata da un paradosso. Aveva promesso di chiudere l’epoca dell’instabilità, ma rischia di esserne travolto. Aveva costruito la sua leadership sull’idea di competenza e controllo, ma oggi si trova a dover gestire una crisi interna che sembra sfuggirgli di mano. Aveva riportato il Labour al governo, ma potrebbe non essere lui a guidarlo nella fase decisiva.
Burnham, invece, si prepara al momento più importante della sua carriera politica. Se la transizione dovesse aprirsi davvero, dovrà dimostrare di non essere soltanto il candidato della rivolta contro Starmer, ma un leader capace di governare il Regno Unito in una fase complessa. Dovrà rassicurare i mercati senza perdere il legame con l’elettorato popolare; parlare al Nord senza alienare Londra; promettere cambiamento senza generare paura fiscale.
Il Labour si trova davanti a una scelta delicatissima: proteggere Starmer fino all’ultimo, rischiando una frattura pubblica, oppure accompagnare Burnham verso Downing Street con una transizione rapida. In entrambi i casi, il partito dovrà spiegare ai cittadini perché il premier eletto viene sostituito a metà percorso e quale direzione prenderà il governo.
La crisi britannica conferma quanto la politica del dopo Brexit resti instabile. Conservatori e laburisti, in modi diversi, hanno faticato a costruire leadership durature. Il Paese continua a cercare un equilibrio tra crescita economica, identità nazionale, welfare, immigrazione, rapporti con l’Europa e tenuta dei servizi pubblici.
Per ora, tutto ruota attorno a due immagini: Starmer chiuso nel conto alla rovescia della propria leadership e Burnham pronto a scendere a Westminster con il vento in poppa. Se il premier annuncerà davvero il calendario delle dimissioni, il Regno Unito entrerà in una nuova fase. E il Labour dovrà decidere se Andy Burnham sarà solo l’uomo della rivolta interna o il leader chiamato a salvare il governo.

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