Nel 1.564° giorno del conflitto, Kiev e Mosca si scambiano 185 prigionieri per parte, ma sul tavolo diplomatico prevale lo scontro. Domenica a Londra vertice tra Starmer, Merz, Macron e Zelensky
di Redazione
(EN24) – La guerra in Ucraina entra nel suo 1.564° giorno con un doppio segnale: da una parte un nuovo scambio di prigionieri tra Kiev e Mosca, dall’altra il gelo politico tra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin, che respinge l’ipotesi di un incontro diretto per discutere la fine del conflitto. La diplomazia resta formalmente aperta, ma il linguaggio delle armi e delle accuse continua a prevalere.
Il presidente ucraino aveva indirizzato a Putin una lettera aperta, proponendo un faccia a faccia per avviare un percorso verso la pace. Zelensky ha chiesto un cessate il fuoco completo durante i negoziati, il coinvolgimento di Europa e Stati Uniti come garanti e un confronto diretto sui nodi territoriali e di sicurezza. La risposta del Cremlino è stata però durissima.
Intervenendo al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, Putin ha detto di non vedere, al momento, alcuna ragione per incontrare Zelensky. Il leader russo ha definito la lettera “maleducata” e ha sostenuto che l’iniziativa di Kiev servirebbe soprattutto a fermare l’avanzata delle truppe russe sul campo. Secondo Mosca, un vertice tra i due presidenti avrebbe senso solo dopo un lavoro preliminare delle delegazioni e sulla base di accordi già definiti.
Zelensky ha replicato accusando Putin di aver scelto ancora una volta la guerra. Per il presidente ucraino, la risposta arrivata da Mosca dimostra l’assenza di una reale volontà di porre fine al conflitto. Kiev insiste invece sul fatto che il negoziato debba partire dalla linea del fronte attuale e da garanzie capaci di impedire una nuova aggressione in futuro.
Nel mezzo, resta l’unico segnale concreto della giornata: lo scambio di prigionieri. Russia e Ucraina hanno liberato 185 militari per parte. Per Kiev, molti dei soldati rientrati erano detenuti in Russia dal 2022; insieme a loro è stato restituito anche un civile. Lo scambio rientra in un’intesa più ampia per la liberazione di mille prigionieri per ciascuna parte, con la mediazione degli Emirati Arabi Uniti.
Ma il ritorno a casa dei prigionieri non basta a cambiare il quadro. Nelle stesse ore, l’Ucraina ha denunciato nuovi raid russi su diverse regioni del Paese. Secondo le autorità di Kiev, nelle ultime 24 ore almeno 11 persone sono state uccise e 68 ferite. L’aeronautica ucraina ha riferito il lancio di oltre 200 droni Shahed e di missili guidati, con intercettazioni in varie aree del nord, del sud e dell’est del Paese.
Particolarmente grave l’attacco nella regione di Kiev, dove un drone russo ha colpito uno stabilimento lattiero-caseario, uccidendo quattro persone e ferendone altre. Secondo le autorità ucraine, la struttura produceva anche alimenti per bambini. Zelensky ha usato l’episodio per rilanciare la richiesta di nuove difese aeree e di una pressione economica costante contro Mosca.
La guerra si allarga anche al Mar Nero. In Romania, un drone navale è esploso nel porto di Costanza, provocando l’evacuazione dell’area ma senza feriti. L’episodio ha spinto la Bulgaria ad aumentare il monitoraggio della propria costa settentrionale, in coordinamento con la Romania e con il comando marittimo della Nato. Il rischio è che la dimensione marittima del conflitto produca incidenti sempre più vicini ai confini dell’Alleanza.
L’Europa, intanto, prova a muoversi sul piano politico. Domenica a Londra è previsto un incontro tra il premier britannico Keir Starmer, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e Zelensky. L’obiettivo è coordinare il sostegno a Kiev, aumentare la pressione sulla Russia e lavorare a una possibile pace “giusta e duratura”.
Merz ha accusato Putin di non avere reale volontà di dialogo, mentre Ursula von der Leyen ha espresso pieno sostegno alla lettera di Zelensky. Emmanuel Macron ha ribadito che eventuali negoziati diretti tra Ucraina e Russia dovranno vedere anche l’Europa seduta al tavolo, perché il conflitto si svolge nel cuore del continente e riguarda direttamente la sicurezza europea.
Sul fronte italiano, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha richiamato il ruolo dell’Ucraina come pilastro della sicurezza europea e ha proposto una nuova architettura di difesa del continente, non alternativa alla Nato ma pensata per rafforzarne il pilastro europeo. È un tema che si intreccia con il dibattito più ampio sulle spese militari, sulla deterrenza e sulla capacità dell’Europa di non dipendere interamente dagli Stati Uniti.
Putin, dal canto suo, continua a presentare la Russia come un Paese resistente alle sanzioni e determinato a proseguire fino al raggiungimento dei propri obiettivi. Ha respinto l’idea di un’economia russa al collasso e ha accusato l’Occidente di usare sanzioni e modelli economici globali come strumenti di dipendenza e concorrenza sleale.
La distanza tra le parti resta quindi enorme. Kiev chiede cessate il fuoco, garanzie internazionali e rientro dei civili e dei bambini deportati. Mosca pretende compromessi preliminari e non accetta un confronto diretto se non dopo un’intesa preparata dalle delegazioni. Gli europei sostengono la linea ucraina, ma devono ancora trasformare il sostegno politico in un percorso diplomatico realmente praticabile.
Il 5 giugno consegna così un’immagine contraddittoria della guerra: uomini che tornano liberi grazie a uno scambio di prigionieri, civili che muoiono sotto i droni, leader che si scrivono ma non si incontrano, capitali europee che cercano una strada mentre il Cremlino mostra rigidità. La pace viene evocata da tutti, ma resta lontana.
La diplomazia, per ora, non riesce a fermare la logica del conflitto. E finché sul campo continueranno attacchi, droni, raid e offensive, ogni parola di pace resterà sospesa tra speranza e propaganda.

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